Sospensione …

Un momento di sospensione dovrebbe essere quanto mai colto come un’opportunità di profonda riflessione. Mettere in atto un pensiero filosofico eliminando il mito, il sogno e concentrandoci sul pure “hic et nunc” .

Un riflessione delle più classiche: chi siamo? cosa ci lega a questa terra? cosa ci spaventa tanto del doverla lasciare?

Abbiamo tutto e più di tutto eppure la mortalità è ancora la cosa che più di tutte ci rende simili. Ci dispiace doverci sentire finiti; è una cosa che fa sentire piccoli, inutili, stupidi e umani come nient’altra cosa. La mortalità ci riporta sul piano animale da cui – con tutte le forze – cerchiamo di distanziarci agghindandoci di orpelli e costrutti tecnologici che invero fanno emergere la bestia più che l’umano.

Dobbiamo iniziare a ripensarci umani e abitanti di un pianeta che merita più rispetto da parte nostre e che merita sacrifici, limitazioni e “finità”. Per tanto e troppo tempo ci hanno fatto credere – con quel falso mito del “sogno americano” – che potevamo essere ciò che vogliamo. Be’, non è così! Dobbiamo essere e diventare ciò che la terra ha bisogno che siamo. Rispettosi, non illimitati, umili, disponibili al sacrificio e capaci di ritrovare quel senso di comunità che è propria dell’animale capace di salvaguardare la specie e disposti quindi al sacrificio per un bene più grande.

Stiamo a casa. E’ un sacrificio minimo. Forse se fosse stato fatto immediatamente il danno sarebbe stato ben più contenuto. Invece no. Non siamo stati in grado di sacrificare un aperitivo, una sciata, né altro per poi correre a prendere un treno per tornare “a casa”. Scene che ricordano altro, scene che abbiamo disprezzato e ostracizzato fino a ieri. “Aiutiamoli a casa loro” in questo caso non è mai stato così vero, perché l’unica arma è il contenimento. Contenimento è sacrificarsi. E il sacrificio (che attenti al sacrificio!) che ci viene chiesto è stare a casa e limitare il contatto. Boh, io penso a mia nonna lei sì che ha fatto sacrifici essendo contadina e con quattro figli da sfamare. Non è mai stata in vacanza, non ha mai fatto un aperitivo, non ha mai sciato ed è per questo il modello a cui più di tutto io mi ispiro. Li avesse avuti lei i supermercati aperti in tempo di guerra! Dai!

La verità è che siamo delle palle mosce e lo siamo perché è cose che ci ha educato la società e la politica degli ultimi vent’anni. Una politica di interessi personali ci ha reso un popolo idiota ed egocentrato. Anzi neanche popolo, ma somma di corpi e dove la somma non è più dell’insieme delle singole parti. Siamo insommabili, siamo acqua e olio. Siamo ormai refrattari e intolleranti all’apprendimento, così come lo siamo al concetto di comunità che, come ribadito da tanti esperti, è una delle cose fondamentali da riscoprire per poter affrontare un futuro fatto di cambiamenti legati al clima e ad altri fattori. La comunità e la cooperazione sono quei valori che preservano il bene di tutti, grazie anche a i piccoli sacrifici che la comunità richiede.

Purtroppo chi ci guida e chi ci ha guidato è incapace di visione, incapace di “lavorare” nel senso più alto del termine. La decostruzione del senso di responsabilità civica, del rapporto stretto tra diritti e doveri passa da lì.

Ma tutto finirà come una bolla di sapone. Passerà, perché alla fine passerà (dovremmo adesso concentrarci sul limitare la tragedia di massa) e tutto tornerà come prima. Torneremo a crederci invincibili, torneremo a mettere al primo posto solo la nostra persona e il nostro successo. Rifiuteremo di apprendere dall’esperienza e non saremo capaci di costruire da essa. Di generare un futuro migliore per tutti.

Non ci meritiamo la terra.

Non ci meritiamo niente.

Sospensione…

Tiro un grande respiro di rassegnazione.

[Photo by Richard Gatley on Unsplash]

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