i Cure, la fine degli ’80 & muri che cadono.

il

1989. Qualche mese prima dalla Caduta del Muro di Berlino, qualche mese prima dall’apertura di una breccia nell’Europa divisa, esce “Disintegration”. È l’ottavo album dei The Cure e sarà uno dei loro più grandi successi.

Il disco è composto da canzoni che prendono vita dagli incubi e dai sogni di Robert Smith. Eppure è possibile pensare che, su di essi, proprio il contesto, quello di un Europa stanca delle divisioni. Un’Europa comprendente una Gran Bretagna attraversata da guerriglie legate al Conflitto Nordirlandese, che proprio tra le fine degli ’80 e inizio dei ’90 tornò a esplodere ferocemente.

La musica di Smith, cupa e sognante, sempre il volersi alienare dal presente per andare a ricercare quel surrealismo ormai infranto, quel sogno che va sempre più dissolvendosi e incrinandosi nell’età moderna.

Oggi al rimenrgere sulle scene della cultura anni ’80 e ’90, sebbe svuotata, come sempre accade, di ogni siginificato culturale-storico-sociale, mi sembra opportuno rispolverare questo disco.

Questa è musica che resta, ché prende vita da un contesto e lo trasforma sviluppandoci attorno un pensiero. Una riflessione che va oltre le semplici banalità e i luoghi comuni. C’è capacità di osservare e di sentire: quelle capacità che solo gli artisti – i più grandi e i più veri – hanno come nessun altro ha.

Anni ’80. Muri cadevano, si credeva per sempre. Almeno, fino a oggi. 2017: nuovi muri e nuovi stronzi che vogliono costruirli. Spero in un’umana resistenza.

W la libertà!

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