La lenta bellezza dell’atlante.

Sono così strani i pomeriggi estivi passati a casa. Lo sono da sempre, effettivamente, ma, ora con tutte queste finestre aperte sulle vite degli altri, lo sono sempre di più. Torri babeliche di foto condivise, montagne evanescenti di ricordi che durano giusto il tempo di postare la foto su qualche social. Ricordi funzionali, adatti a quella rincorsi, vana e interminabile, dell’attenzione costante. Niente è più importante se gli altri non lo sanno, priprio niente.

Non ti senti in dovere di condividere un banale pomeriggio a casa, un pranzo arrangiato con tua mamma, tante chiacchere e il rumore, in sottofondo, del ventilatore. La mamma che per l’occasione ha assemblato anche una sorta di aperitivo domenicale, con quell’immancabile crodino sottomarca che, almeno a noi, è sempre sembrato migliore di quello vero. Un pomeriggio fuori dall’acquario sociale, fuori dal tempo. Con la dimostrazione assulta di quando – mentre stai parlando di dove è andato in vacanza Tizio e di dove andrà Caio – tu mamma se ne esce con “aspetta! prendo l’atlante e lo cerco”. Immancabile, la mia risata. E “l’atlante?” – chiedo – e ottengo come risposta “perché dove dovrei cercare? Non si cerca sull’altante?”. In effetti, sì, è lo strumento migliore. Uno strumento in cui perdersi, ché magari mentre cerchi un luogo resti affascinato da altri cento o più. Uno strumento che fa scoprire la calma e la pazienza della ricerca, ché magari devi consultare l’indice: uno strumento di orientamento.

Non la ricerca immediata della digitazione touch: chiedi e ti fornirà solo quello che cerchi (insieme e milioni di annunci economici legati alla ricerca).

E così mentre la tecnologia si fa sempre più perfetta, l’uomo non riesce a starne al passo. Uomo da sempre essere costruito sul difetto, la sua vera bellezza in realtà.  E così ne subisce il sorpasso e la vede come miraggio nel deserto della sua vita, come l’unica cosa che potrà renderlo migliore. Così mentre si immerge nella tecnologia, mentre si strafà di digitalizzazione e di virtualità, come ultima frontiera esperienziale, allarga sempre più la sua bolla di apatia. Una vita mediata, quella che non portà più a riconoscere la profondità dei contesti e delle situazioni. Quella che conduce solo sulla strada delle “sensazioni forti, del non accontentarsi, della complessità non costruttiva (non il concetto moreniano di complessità, non la cosruzione di quel pensiero complesso, sistemico e ariticolato).

Mentre per me, evidentemente sarò un povero sciocco, è ancora la semplicità che fa la differenza. Nell’epoca delle sensazioni forti, dove non sembra mai che ci si possa accontentare, nella mia testa, ogni giorno, riecheggia la voce di mia nonna e il suo “contentiamosi, nini”.

E sì, nonna, contentiamosi.

Contentarsi, un processo lento: come la ricerca di un piccolo paese sull’altante. Che poi metti la soddisfazione di quanto lo trovi!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...